L’antigiudaismo di Paolo in I Tessalonicesi.

Nota in margine al preteso antigiudaismo di Paolo in 1 Tess. 2,13-16.

Partiamo dal seguente testo paolino:

  1. Per questa ragione anche noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete. 14 Infatti, fratelli, voi siete diventati imitatori delle chiese di Dio che sono in Cristo Gesù nella Giudea; poiché anche voi avete sofferto da parte dei vostri connazionali le stesse tribolazioni che quelle chiese hanno sofferto da parte dei Giudei, 15 i quali hanno ucciso il Signore Gesù e i profeti, e hanno cacciato noi; essi non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini, 16 impedendoci di parlare ai pagani perché siano salvati. Colmano così senza posa la misura dei loro peccati; ma ormai li ha raggiunti l’ira finale.

La prima epistola di Paolo ai tessalonicesi costituisce il più antico documento sia nel Nuovo Testamento che della letteratura cristiana. I versetti riportati presentano una invettiva antigiudaica che, per la sua violenza, incontestabilmente appare anticipatrice delle note espressioni della orazione Sulla Pasqua di Melitone di Sardi, autore cristiano d’Asia vissuto nel secondo secolo. Paolo aveva evangelizzato Tessalonica, la capitale della provincia romana di Macedonia, nel corso del suo secondo viaggio missionario, intorno al 50 d.C. Ne leggiamo il racconto in Atti 17,1-9. In questa città aveva soggiornato per tre settimane predicando nella locale sinagoga. Il nostro testo afferma molto chiaramente che: 1. la predicazione paolina portò a qualche conversione di giudei, ma molto maggiore fu il numero dei pagani convertiti; 2. i giudei reagirono “mossi da invidia” e sobillarono le autorità romane contro i seguaci di Gesù incolpandoli di “andare contro gli statuti di Cesare”, cioè di essere cospiratori politici. Il racconto termina con l’assalto dei giudei all’abitazione del cristiano Giasone. Paolo va via, soggiornando poi a Berea e ad Atene. Nel 51, nel corso di un soggiorno più lungo a Corinto, scrive ai suoi convertiti tessalonicesi rievocando le “molte lotte” che hanno caratterizzato il suo soggiorno nella loro città, ma elogiando anche i suoi destinatari per la fermezza nella fede che essi dimostravano. Il tema principale della missiva, posto alla sua fine secondo una climax ascendente, è l’estemporanea ed imminente parousia di Gesù, la vigilanza che bisogna esercitare in vista di tale evento ed il giudizio divino che ne conseguirà a castigo dei reprobi.

È in questo contesto, tra l’elogio per chi è fermo nella fede e la prospettiva dell’imminente castigo per chi tale fede non ha, che Paolo colloca il suo pistolotto antigiudaico. I cristiani di Tessalonica avevano subìto persecuzioni da parte dei loro connazionali proprio come i credenti in Gesù della Giudea avevano subìto angherie da parte dei loro ‘connazionali’.

La violenza di questa invettiva emerge appieno se si considera che essa pur partendo da questo o da quest’altro episodio conflittuale per noi oggi difficile da individuare, approda però immediatamente ad un giudizio generale e perentorio. I giudei sono accusati di aver ucciso non solo i profeti, ma anche il Signore Gesù. Paolo stesso, poiché ha ferma consapevolezza di essere profeta di Dio, di conseguenza si inserisce in quest’elenco di perseguitati. Gravano qui come macigni affermazioni inequivocabili: i giudei non piacciono a Dio, sono nemici dell’uomo, impediscono che i popoli (altri), cioè i pagani, vengano salvati.

È difficile pensare che si tratti di una interpolazione: il testo figura in ogni manoscritto e non altera il senso generale del contesto in cui è posto. Anche lo stile rivela una sicura paternità paolina. Né, a mio avviso, a mitigare tanta durezza vale una proposta di lettura in senso restrittivo, eliminando cioè la virgola che, nelle traduzioni moderne, separa il versetto 14 dal successivo e così considerando le accuse come riferite esclusivamente ai giudei [che sono stati] carnefici di Gesù e persecutori di Paolo; in altri termini traducendo così: «…quelle chiese hanno sofferto da parte (di quei) Giudei i quali hanno ucciso il Signore Gesù e i profeti…».

Ma se respingiamo le ipotesi dell’interpolazione e della clausola restrittiva, come spiegheremo la gravità di queste affermazioni da parte di un Paolo che pure aveva a cuore le sorti del suo popolo al quale si sentiva comunque legato da sentimenti di fierezza e di amore?

Possiamo chiamare in causa il temperamento sanguigno dell’apostolo ipotizzando inoltre una rilevante gravità degli eventi a cui si allude. Ma ciò non basta. L’identità religiosa, come abbiamo rilevato prima, si va definendo attraverso i meccanismi della controversia piuttosto che grazie a quelli del dialogo. Questo processo può avvenire anche nell’àmbito della coscienza di un singolo individuo che sviluppa così, attraverso questi intimi procedimenti, anche la sua personale visione. Cerchiamo dunque di individuare gli elementi che in questo testo compaiono in filigrana.

 

La città di Alessandria d’Egitto è stata il laboratorio dell’antigiudaismo classico. A Roma, infatti, le etnie si integravano e si fondevano, laddove nella capitale nilotica la diaspora giudaica non giunse mai a realizzare un’intesa con il contesto egiziano ed ellenistico. Fu lì che si produsse tutta una pregevolissima letteratura giudeo ellenistica la quale ebbe quali suoi più egregi prodotti la Septuaginta e l’opera esegetica di Filone Alessandrino. Furono due colossali imprese di “mediazione culturale” di fronte alle quali impallidiscono molti discorsi moderni, furono anche iniziative non prive di una certa intenzionalità apologetica. In ogni caso Alessandria fu il terreno di coltura degli Acta Alexandrinorum, documenti che illuminano specialmente il principato di Caligola, e della Lettera agli Alessandrini dell’imperatore Claudio la quale attesta le persistenti ostilità tra la comunità giudaica e quella dei ‘greci’. Per ampliare il quadro dell’età giulio claudia ricorderemo anche l’impegno antigiudaico profuso da Apione nella capitale nilotica. Ma le pagine che costui ebbe a produrre adversus Iudaeos vanno necessariamente inserite in un contesto più ampio ed antico che è quello di una vasta pubblicistica antigiudaica della quale ho avuto modo di interessarmi per saggiarne eventuali attestazioni di conoscenze di episodi e personaggi biblici da parte di autori pagani. Qui, pertanto, è il caso di accennare soltanto molto brevemente ai nomi ed ai motivi principali di tale libellistica. Diciamo sùbito che in questi testi la denigrazione dei giudei era direttamente proporzionale all’esaltazione del popolo e della cultura egiziana. Tutta questa produzione letteraria è pressoché totalmente naufragata; il punto di approdo di queste tradizioni per noi è costituito da un versante (quello giudaico) dal Contra Apionem composto da Flavio Giuseppe nella tarda età domizianea e, dall’altro versante (quello pagano) dall’ “Archeologia giudaica”, cioè da quell’ampia digressione del libro quinto delle Historiae che Tacito compose circa dieci anni dopo, nella prima età traianea.

Ricordiamo ora alcuni notabili avversari pagani del giudaismo. Ecateo di Abdera operò nella capitale egiziana all’epoca di Tolomeo I (323-283 a.C.), componendo una nota Storia dell’Egitto ma anche, come vuole la tradizione, due trattati rispettivamente Sui giudei e Su Abramo. Qui già ricorre il tema dell’esodo dall’Egitto come espulsione di gente perniciosa ed indesiderata. Ecateo rileva che i sacrifici degli ebrei sono diversi da quelli celebrati da tutti gli altri popoli, lo stesso può dirsi della loro legge. In conclusione l’esistenza stessa degli ebrei ha una connotazione asociale.

Manetone di Sebennito fu attivo all’epoca dello stesso Tolomeo I e, in qualità di sacerdote eliopolitano, contribuì all’introduzione del culto di Serapide. I suoi Aegyptiaca hanno profondamente influenzato la storiografia classica relativa all’Egitto. Le sue pagine erano pervase da una polemica contro gli ebrei ancòra più aspra e serrata di quella di Ecateo.

Il motivo dell’ebreo assassino ricorre invece in Lisimaco (II-I sec. a.C.) che insiste anche sull’empietà di questo popolo in base alla quale fa derivare l’etimologia della loro città, Gerusalemme.

Nel I sec. a.C. fu Timagene a seminare luoghi comuni antigiudaici nella sua qualità di maestro di retorica ascoltato negli ambienti aristocratici della Roma augustea. Ma i principali protagonisti di questa libellistica antigiudaica fu, nell’età di Tiberio e di Claudio, Apione di Alessandria; nell’età di Caligola gli autori degli Acta Alexandrinorum e, nell’età di Nerone, Cheremone di Alessandria.

La rivolta antiromana del 66-72 d.C., la conseguente grande catastrofe del 70, la distruzione del Tempio di Gerusalemme, l’emissione dei tipi monetali della Iudea devicta, la processione trionfale a Roma con le tabulae ansatae delle città della Giudea e con gli arredi templari furono eventi epocali che contribuirono alla definizione dell’immagine negativa del giudeo. Tutti i topoi antigiudaici andarono così ad accentuarsi contribuendo a disegnare un ritratto del giudeo quale individuo antisociale, anzi potenzialmente ostile all’ordine romano e, pertanto, alla humanitas culturale, sociale, politica che questo rappresentava. È però significativo il soggiorno a Roma di tre rilevanti personalità appartenenti alla natio giudaica: Erode Agrippa I, Berenice e Flavio Giuseppe. Pur diversi per storia personale, interessi e profilo, costoro ebbero l’intento comune di porre un rimedio e di accreditare l’immagine del giudeo come naturaliter leale verso Roma. Quanto ai disastri che aveva comportato il bellum Iudaicum essi andavano attribuiti ad una minoranza sediziosa di lestofanti e di ladroni. È la nota tesi di Flavio Giuseppe.

Ritorniamo ora al testo paolino dal quale è partita la nostra digressione, al comma antigiudaico della Prima Tessalonicesi. A mio avviso si tratta di uno sfogo autobiografico nel quale, come s’è già accennato, confluiscono due filoni, uno di matrice ellenistica e l’altro di schietta tradizione giudaica e veterotestamentaria. Per il primo, i giudei non sono graditi a Dio, in altri termini celebrano un culto miserabile; inoltre essi sono ostili al genere umano. Si tratta di accuse e di sentimenti che ben conosciamo da quel che rimane della letteratura pagana antigiudaica. Però Paolo non agita questi motivi per puro spirito polemico, né tantomeno per uno sterile sentimento antigiudaico, ma li inserisce in quel filone veterotestamentario secondo il quale i giudei vengono costantemente rimproverati per la loro incredulità la quale giunge fino all’ostilità, ed anche all’omicidio verso i profeti mandati da Dio. Dunque Paolo riecheggia alcuni tòpoi antigiudaici desunti dal suo background ellenistico per esasperare i rimproveri al popolo d’Israele che leggiamo proprio nella letteratura sacra dei giudei. Ma ciò è fatto con un fine ben preciso: inserire se stesso nella tradizione dei profeti d’Israele.

Che i giudei non piacciano a Dio viene espresso da Paolo con il verbo arisko il quale ricorre sia nella Septuaginta che in altri luoghi del Nuovo Testamento per indicare colui o quella cosa che risulta gradita a Dio. Ma il verbo è ampiamente usato, anche nelle fonti documentarie, in riferimento a colui che giova alla comunità, alla società oppure, in negativo, è a questa avversa e, pertanto, è nocivo. Dunque il verbo arisko consente di esprimere (in positivo) tanto l’accettabilità religiosa quanto l’utilità sociale oppure (in genitivo) tanto il non essere graditi a Dio quanto il costituire un nocumento per la società. Questo nesso è a mio avviso molto importante. Ed è presente nel testo paolino.

Che il giudeo sia avverso al genere umano è, infatti, il concetto espresso da Paolo immediatamente dopo, con una concatenazione concettuale così serrata da farci scorgere senza ombra di dubbio uno stato d’animo esasperato e visceralmente turbato dell’autore. In realtà il topos del giudeo che non è gradito a Dio (poiché non ne osserva adeguatamente la volontà), e che abbiamo visto essere ben diffuso nella letteratura pagana, conoscerà successivamente ampia diffusione nei testi cristiani.

L’altra accusa, quella di essere avverso agli umani consorzi, è strettamente connessa alla prima. Comprendiamo bene questo nesso in àmbito pagano, dove cioè la pax deorum è requisito basilare per il benessere della società, dove in altri termini la retta religio è conditio sine qua non per la prosperità dello Stato, ed è azione civica da compiersi collettivamente. Nei testi cristiani anteriori alla cristianizzazione dell’impero, per intenderci fino all’incirca alla metà del sec. IV, è ben attestata soltanto la prima invettiva che ha carattere prevalentemente religioso. Da questo periodo in poi divenne esplicita anche la seconda, quella che vorrebbe i giudei avversi al genere umano. Ciò si spiega poiché la società (e le strutture di potere) si sono ‘cristianizzate’ e, di conseguenza, il dissenso religioso diventa socialmente pernicioso: l’eretico, e chi ha una fede diversa da quella indicata dall’editto Cunctos populos, che promulgò Teodosio I nel 380, vengono sempre più chiaramente equiparati ai criminali.

L’accusa rivolta ai giudei di non essere graditi a Dio in realtà fa da filigrana a tutta una serie di ingiurie che prendono di mira aspetti inaccettabili del loro culto come, ad esempio, il suo carattere superstizioso, il suo essere triste e freddo, l’adorazione di un dio dalla testa asinina. Che i giudei siano ¢nÒsioi, cioè empi, fu dunque un luogo comune ben diffuso a livello popolare e recepito anche in atti amministrativi ufficiali. Sarebbe troppo lungo in questa sede fornire un elenco esaustivo di quelle accuse di matrice pagana al culto giudaico il cui esito sembra ben riflesso nell’invettiva paolina secondo la quale i giudei qeù m¾ ¢reskÒntwn. In Paolo, giova ripeterlo, il nesso tra empietà religiosa ed asocialità dei giudei non potrebbe essere più stretto e più chiaramente espresso. Sembra dunque che dietro le stringate ma infuocate parole di 1 Tess. 2,14-15 vi sia tutta una sedimentazione ellenistica e pagana adversus Iudaeos.

Pur ravvisando una matrice pagana in queste accuse di Paolo non mi sentirei tuttavia di iscrivere tout court l’Apostolo delle Genti tra gli avversari d’Israele. E ciò almeno per due motivi. Il primo è ben evidente: Paolo nasce giudeo, si esprime ed è comprensibile esclusivamente secondo le categorie del giudaismo, riconosce i privilegi del suo popolo e prefigura la conversione finale di questo suo popolo al Signore Gesù. In Rom. 11 egli traccia un realistico bilancio della sua fallimentare attività evangelistica presso i suoi connazionali. Essa ai suoi occhi acquisisce un senso addirittura ‘provvidenziale’ se la si considera il motivo dell’apertura ai pagani del lavoro missionario. Ed allora, conclude infatti Paolo, se i giudei sono stati di benedizione alle genti a causa della loro incredulità, figuriamoci di quanta benedizione ancòra saranno alla fine dei tempi «quando sarà entrata la pienezza dei gentili, e così tutto Israele sarà salvato». Dobbiamo dunque reperire un’altra chiave di lettura della violenta invettiva antigiudaica ai tessalonicesi, e quella chiave c’è offerta dalle stesse Scritture giudaiche.

Connesso al topos del giudeo sgradito a Dio ed avverso al genere umano, v’è l’altro motivo del giudeo uccisore dei profeti che Dio stesso gli ha inviato. Non è certo Paolo ad aver per primo formulato questa accusa. La troviamo nel noto discorso di Stefano: «Quale dei profeti non perseguitarono i padri vostri? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del giusto, del quale voi siete stati i traditori e gli uccisori.». Che al popolo giudaico venga riferita la colpa di aver indotto la morte di Gesù è ben chiaro dal racconto degli evangelisti. Affermazioni come Mt. 27,25 («Il suo sangue sia sopra noi e sopra i nostri figliuoli») estendono la colpa dei sinedriti alla nazione giudaica tutta, anzi all’etnia dei giudei, e ben oltre il momento dell’evento. Ma che i giudei siano uccisori dei loro profeti è un motivo antichissimo, attestato in lungo e in largo anche nella letteratura veterotestamentaria.

In conclusione, possiamo rilevare che nel breve ma denso brano paolino ai tessalonicesi le invettive antigiudaiche si presentano tutte ben collegate e disposte secondo una climax discendente. Possiamo così rilevare che le invettive di derivazione pagana sono, per così dire, funzionali ed ancillari relativamente all’altra, ben più grave, quella di aver ucciso i profeti, che è di matrice giudaica. Dunque Paolo utilizza topoi pagani per dar contenuto e forza alla sua idea centrale: Gesù appartiene alla schiera dei profeti d’Israele, uccisi dai suoi stessi connazionali, e lui stesso, Paolo, s’inserisce in questo filone in virtù della profonda unione che sussiste tra Gesù ed i suoi ministri. Quest’ultimo aspetto, cioè l’inserimento di Paolo stesso nell’epopea sofferente dei giusti perseguitati da Israele, giova a farci capire l’alto livello di concitazione e di tensione del brano. Se questa lettura è nel giusto, se cioè ci troviamo di fronte ad un’utilizzazione di un motivo ellenistico nell’àmbito di un testo che ha natura missionaria, verrebbe spontaneo un paragone con l’utilizzazione che Atti 17 attribuiscono a Paolo di una citazione dai Fenomeni di Arato quando intende utilizzare il motivo del “Dio sconosciuto” a fini missionari ad Atene.

Giancarlo Rinaldi

NOTA: La versione di questo studio con l’apparato di note e citazioni è reperibile nel mio articolo Interazioni fra giudei, pagani e cristiani nel secolo II.

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