La Riforma 500 anni dopo… e in Italia? Intervento al Christian Expo 2017.

La Riforma 500 anni dopo… e in Italia?

[Il testo seguente è quello utilizzato in occasione del mio intervento di commemorazione della Riforma al Christian Expo’ tenutosi alla Città della Scienza di Napoli il 22 settembre 2017]

Parlare della Riforma tentando di abbracciare la sua origine storica e le sue linee generali di sviluppo sarebbe pleonastico e velleitario. Pleonastico perché in questo 2017, che festeggia i cinque secoli dal suo originarsi, la vicenda di Lutero è stata già tante volte e tanto egregiamente rievocata. Velleitario perché nel tempo assegnatomi sarebbe impossibile tracciare anche soltanto un essenziale indice degli aspetti salienti.

Pertanto, dopo aver rinunciato al miraggio fallace della completezza, mi limiterò ad alcune riflessioni sugli esiti della Riforma in Italia prendendo in considerazione non il museo delle epoche trascorse bensì il cantiere, travagliato e fluido, della contemporaneità.

Se non quello della completezza, dunque, perseguirò almeno il fine dell’utilità a beneficio, spero, di chi mi ascolta o mi legge che così, mi auguro, potrà trarre dal mio dire qualcosa che gli giovi. Non è indispensabile che tutti la pensiono sempre alla stessa maniera, ma è sempre bello che idee diverse possano trasformarsi in nozioni complementari e stimolarci a corroborare le nostre posizioni divenendone più persuasi, oppure a migliorarle cambiandole in tutto o in parte. Questo, e non altro, è lo spirito con cui prendo la parola ringraziando gli organizzatori per questa opportunità di dialogo, di confronto anzi, per meglio dire, di servizio.

 

  1. Per una (corretta) definizione della Riforma.

Mi sembra che le celebrazioni della Riforma, così come concepite e realizzate in questo 2017 dal nostrano protestantesimo abbiano eccessivamente privilegiato la figura e l’opera di Martin Lutero. Certamente così era da farsi e Lutero rimane una pietra miliare nella storia che ci sta a cuore raccontare. Tuttavia la Riforma è stata opera collegiale di altre numerose personalità, sia contemporanee a Lutero, sia a a lui successive. La Riforma della chiesa, infatti, non è una sala di un museo ma una prassi costante, ieri come oggi come domani. Se la chiesa è un organismo vivente sarà allora vero che la sua riforma (Ecclesia semper est reformanda!) comprenderà profili, eventi e situazioni ancòra in corso.

Insomma non possiamo parlare della Riforma con lo stesso spirito con cui si visita un museo o un monumento antico; la Riforma è qualcosa che noi possiamo conoscere e giudicare solo ponendoci nel suo interno. Per un evangelico la Riforma non va solo celebrata, va vissuta come protagonista.

La prova di quanto detto è che tra i credenti evangelici italiani ben pochi, veramente pochi, sono luterani. La stragrande maggioranza afferisce alla Riforma così come da me or ora definita, cioè a rami successivi e verdi dell’antico albero che Luterò non piantò ma per primo potò. Queste celebrazioni, a mio parere, non devono servire a commemorare bensì: a) celebrare una storia; b) farci conoscere le nostre identità teologiche attuali di italiani evangelici; c) sulla scorta di tutto ciò farci più saggiamente osservare una bussola che possa orientarci per il futuro.

Insomma, questa offertaci da Christian Expo’ è un’ottima occasione per approfondire ab interno ciò che ci unisce e ciò che invece ci distingue considerando, quest’ultimo aspetto, mai come ciò che ci ‘divide’; ab externo: per presentare agli italiani la proposta spirituale, culturale, etica specifica dell’evangelismo.

2. Punti di partenza dell’analisi.

Partiamo da alcuni dati di fatto inconfutabili:

  1. La società italiana in cui oggi viviamo è decisamente pluralista anche dal punto di vista delle appartenenze religiose: laddove appena cinquanta anni or sono si aveva soltanto un’antichissima presenza ebraica e una galassia di chiese evangeliche vagamente conosciute dall’italiano medio, ora ruba la scena la presenza islamica (che riempie a più non posso i media) ma non sono sconosciute devozioni orientali come il buddismo, nelle sue varianti, o anche l’induismo; il primo insediatosi nei salotti buoni della borghesia, il secondo introdotto dall’emigrazione dalla vastissima regione indiana.
  2. Paradossalmente il protestantesimo è sempre meno conosciuto, oscurato da altre fedi più pervasive. Certamente se ne parlava di più in passato quando si perseguiva il fine di combatterlo; ora esso è avvolto da una generica nube di tolleranza che si tinge di indifferenza e che produce ignoranza.
  3. La compagine cristiana che si riconosce nella scia della Riforma e ne rivendica l’eredità si presenta come un aggregato pletorico di denominazioni, comunità, talvolta conventicole minuscole che stentano a trovare persino un elementare raccordo operativo.
  4. Grosso modo questo mondo protestante italiano può essere individuato intorno a due poli che, per semplificare, potremmo approssimativamente definire ‘storico’ ed ‘evangelicale’. Il primo si riconosce nella componente valdese la quale ha fagocitato di fatto una chiesa metodista già oramai distintasi dalla teologia e dall’esperienza wesleyana tradizionale. Il secondo raggruppa corpi ecclesiastici più o meno cospicui i quali ritengono l’esperienza della nuova nascita determinante; tra questi, principalmente, la galassia pentecostale, le assemblee dei fratelli, i battisti conservatori ma anche tanto altro.

Il quadro fin qui tracciato potrebbe indurre a un profondo pessimismo anche chi sia armato della migliore volontà evangelistica. Tuttavia sono persuaso che qualcosa, anzi molto, è salvabile. Intanto v’è il concetto di pluralità (o pluralismo) che caratterizza il mondo protestante e lo rende proclamatore una fede adatta alla nostra modernità che proprio di pluralismo si nutre. Se l’Italia vuole essere caratterizzata da pluralismo (religioso) dovrebbe allora mettersi alla scuola della Riforma e dei suoi sviluppi. Non parliamo, poi, dell’apporto oltremodo benefico che l’etica della responsabilità individuale potrebbe recare alla nostra Italia lacerata da scandali e malversazioni, principiando dai suoi supremi fastigi politici. Sì, cari amici, un’etica, quella evangelica, che evita le tortuose mediazioni, le scorciatoie, i santi protettori e le raccomandazioni, per privilegiare una tipologia di rapporti diretti dove la qualità individuale la faccia da elemento distintivo e non l’appartenenza al ‘gruppo’ o alla ‘parrocchia’.

Eppure, tra le tante opzioni culturali, è proprio la fede evangelica quella di cui meno si parla!

3. Il problema della diluizione o della perdita dell’identità.

Invochiamo sempre il dialogo e la reciproca comprensione. Ma tutto ciò è impossibile se non si possiede una chiara e consapevole identità. Un dialogo tra persone prive d’identità si traduce necessariamente in un giustapporsi di voci inarticolate, di rumori confusi. Il termine ‘identità’ è di derivazione greca e rende l’idea di “ciò che è proprio, peculiare e specifico”.

Se partiamo dal presupposto che l’eredità della Riforma si è storicamente trasmessa attraverso una pluralità di confessioni ci rendiamo conto di quanto sia importante avere una chiara consapevolezza identitaria, sia come cristiani evangelici sia, in via subordinata, come persone afferenti a una specifica denominazione o anche scuola di pensiero teologico all’interno dell’evangelismo stesso. Questa consapevolezza giova a conoscere la nostra storia come comunità di credenti, ad affrontare più consapevolmente le sfide della contemporaneità, a concepire un futuro che ottimizzi quanto ricevuto dal passato.

La storia del protestantesimo italiano offre un esempio di diluizione, se non smarrimento, dell’identità. È il caso, ad esempio, del metodismo. La chiesa metodista, nelle sue due versioni di metodismo wesleyano (inglese) ed episcopale (americano), nei decenni successivi all’unità d’Italia è stata la protagonista più tenace e convinta dell’arduo compito di evangelizzare la nazione. Si trattò certamente di un ‘sogno’, ben superiore alle effettive possibilità ed agli esiti acquisiti. Tuttavia vi fu tutto un fiorire virtuoso di colportori instancabili, di pastori ben preparati, di case editrici e testate a stampa, per non parlare degli edifici utilizzabili per il culto e le attività sociali, opere ancòra oggi pregevoli, funzionali e funzionanti. Si gettarono le basi su cui si sarebbe dopo costruito. Quel metodismo attraversando l’oceano o il canale della Manica non aveva certo dimenticato l’anima e il cuore della predicazione wesleyana. Pastori infiammati per le giuste cause sociali di un’Italia ancòra arretrata e dolorante, intellettuali e così via ben sapevano e chiaramente predicavano l’essenza del messaggio metodista: la conversione attraverso la nuova nascita e la santificazione come esperienza successiva da intendersi come un’immersione nella dimensione nuova dello Spirito. Sì, amici cari, come ho dimostrato altrove, nella produzione a stampa metodista di quegli anni si predicava a chiare lettere il “Battesimo di Spirito Santo” con una terminologia che sorprendentemente ritroveremo decenni dopo nella predicazione pentecostale. Il metodismo di quei decenni era preso e compreso tra i due poli dell’esperienza della santificazione e la pratica della santità sociale. La prima era detta anche “perfezione cristiana” non già nel senso che il cristiano battezzato di Spirito diventasse perfetto o impeccabile ma, molto più semplicemente, che il piano di Dio per il credente non terminava con l’esperienza di conversione ma si completava con la successiva crisi della santificazione. La seconda consisteva in un’operatività caritatevole intesa non come semplice impegno sociale (né tantomeno politico) bensì come proiezione esterna di un’esperienza di fede interiore. Con lo scorrere dei decenni la prima esperienza venne sempre meno enfatizzata, magari relegata in una noterella marginale di un testo, mentre la seconda venne sempre più malamente e riduttivamente intesa come “impegno politico”. È vero che il laburismo inglese ha un grande debito verso il metodismo, ma non è corretto (anche per ovvi motivi cronologici) far discendere quest’ultimo dal primo. La ventata di politicizzazione che investì buona parte delle chiese protestanti ‘storiche’ più marcatamente dalla seconda metà degli anni sessanta contribuì in maniera cospicua a questa diluizione identitaria. Le due chiese metodiste operanti in Italia, unitesi nel 1946 per dar vita alla Chiesa Metodista d’Italia, si presentarono alle ‘nozze’ con i valdesi nel 1975 con un corredo che non comprendeva più o, almeno, non esponeva in bella mostra, l’identità wesleyana che invece tanto avrebbe potuto dire e dare alla nuova realtà nascente.

Parallelo al maturarsi e al collaudarsi di questo fenomeno di accorpamento denominazionale, che divenne operante nel 1979, nel nome e nel nume di nuove sfide di tipo sociale e, sovente, politico, ebbe a determinarsi un fenomeno, che non esiterei a definire di rimozione storiografica, tendente a presentare la storia del metodismo italiano dapprima come vicenda di garibaldini infuriati, quindi di personaggi impegnati nell’agone politico sic et simpliciter. Certamente di garibaldini ve ne furono, vi furono anche apostoli della socialità e della politica, ma lo specifico della testimonianza evangelica metodista non più risolversi tutto in questi due aspetti, pena uno smarrimento identitario che approda, per usare un brocardo giuridico, a una sorta di aliud pro aliquo. V’è oggi molto spazio storiografico, per chi voglia cimentarsi nella fattispecie, al fine di ridisegnare una storia che ci restituisca parte della verità eclissata: l’anelito del metodismo italiano verso la santificazione, il Battesimo di Spirito Santo, e l’impegno per un risveglio autentico della chiesa e un’evangelizzazione degli italiani da parte dei suoi pastori. V’è oggi un’apparente paradosso che attesta come operino le vie della provvidenza: a sèguito dei forti fenomeni immigratori le chiese metodiste ospitano comunità afroasiatiche le quali riecheggiano con più calore e vivacità l’enfasi sull’antica dottrina wesleyana in quanto non sono state interessate da fenomeni di secolarizzazione che hanno invece inciso negativamente qui da noi in occidente. Forse il Signore restituisce da una finestra quello che sembrò allontanarsi dalla porta.

4. Il problema dell’inconsapevolezza identitaria.

Se il metodismo diluisce il suo specifico, un altro ramo del protestantesimo italiano la sua specificità l’enfatizza a voce e con toni alti: il pentecostalesimo.

V’è tuttavia uno spettro che si aggira nelle comunità di questa frastagliata galassia e che di vittime ne fa tante, troppe: si tratta della diffusa strisciante convinzione secondo la quale l’esperienza pentecostale non sarebbe sorretta da una sua definita spina dorsale teologica ma si limiterebbe ad essere caratterizzata da entusiasmi, euforie, stati d’animo concitati. Questo punto di vista fu a suo tempo partorito da chi scrivendo privilegiava aspetti connessi alla società e alla politica. Difficilmente un ben informato storico del pensiero teologico o del cristianesimo cadrebbe in questa trappola. Ci stanno cascando, invece, fin troppi pentecostali i quali, così facendo, si predispongono poi ad essere ‘ammaestrati’ dal predicatore di turno, venuto dal di fuori, che trova un uditorio predisposto, cospicuo e attento. Questi pentecostali divenuti passivi allievi vanno a comperare ciò che già hanno in tasca ma non sono consapevoli di possedere perché là non hanno mai frugato: una identità teologica. Dobbiamo denunziare in costoro anche una mancanza d’anticorpi specifici, una predisposizione maturatasi durante troppi decenni nel corso dei quali al credente pentecostale che aveva in mano un testo che non fosse la Bibbia veniva detto con toni di affettuoso ma convinto rimprovero: “Fratello tu hai la lettera, ma noi dobbiamo seguire lo Spirito”; tradotto in termini più espliciti: getta immediatamente quel libro, potrebbe condurti a cattiva strada. Quella della formazione è un’esigenza ineliminabile, possiamo solo rimandarla ma esploderà prima o poi; e ora è esplosa in casa pentecostale.

Possiamo molto facilmente prevedere gli esiti a cui approdano le lezioni di questi insegnanti che invece di far emergere la vera spina dorsale, cioè l’identità teologica dei loro ascoltatori desiderano impiantare dall’esterno nel loro corpo un vero busto di ferro. Si tratta talvolta di una sensibilizzazione di tipo politico, di un tentativo di ammaestramento verso il politicamente corretto che finalmente restituirebbe rispettabilità a quella che si ritiene sia una pletora informe avvolta nelle nebbie del più pernicioso conservatorismo biblicista. Oppure v’è il caso di devoti della teologia sistematica d’impianto calvinista che desiderano occupare spazi mentali liberi per sottrarre i loro pericolanti uditori a quelli che ritengono siano i danni mortali dell’arminianesimo.

Bisogna collocare il discorso sul piano della storia effettiva e recuperarne i particolari. Un’innegabile considerazione di fatto: tanto il pensiero (e l’esperienza) wesleyana quanto quella pentecostale sono caratterizzati identitariamente dai due tempi del rapporto con Dio: 1. Conversione o nuova nascita; 2. Battesimo di Spirito Santo o momento particolare del processo di santificazione. Nella storia del protestantesimo il metodismo, nella misura in cui diluiva la sua specifica identità assisteva al sorgere di movimenti e correnti al suo interno che questa identità intendevano mantenerla salda, nell’impianto dottrinale e nell’esperienza. Sono i Movimenti di santità, fioriti negli Stati Uniti nell’Ottocento, per i quali la “seconda benedizione” era un dato irrinunciabile. Quasi tutti questi raggruppamenti avevano nella loro denominazione il vocabolo ‘pentecostale’ in riferimento alla seconda opera della grazia successiva alla conversione. A un certo momento, in luoghi e circostanze diverse, si sperimentò il fenomeno dell’esprimersi in lingue non studiate in corrispondenza di questa ‘crisi’: nasce il fenomeno pentecostale così come oggi lo conosciamo. Le denominazioni di santità che non accettarono le lingue come unico ‘segno’ attestante il Battesimo di Spirito cancellarono la qualifica di ‘pentecostale’. Per far chiarezza possiamo dire che oggi abbiamo tre rami della compagine cristiana che si rifanno alla “seconda benedizione” dopo quella della conversione:

  1. Il metodismo, con tutte le diluizioni o gli smarrimenti di cui abbiamo parlato;
  2. I movimenti di santità che predicano un Battesimo di Spirito santo successivo alla conversione il quale si manifesta con i frutti di una vita santificata e non (necessariamente) attraverso l’unico segno delle lingue sconosciute e qui inseriremo anche l’Esercito della Salvezza;
  3. I pentecostali per i quali il Battesimo di S.S. necessariamente è attestato dal segno delle lingue e da questo soltanto.

Naturalmente vi sono sempre eccezioni a confermare queste regole: vi sono metodisti consacrati con la seconda benedizione; vi sono membri di chiese di santità che non sono del tutto abolizionisti, cioè ammettono che Dio possa dare segno e dono delle lingue; vi sono pentecostali per i quali ‘lingue’ come segno può significare anche libertà di parola mai prima esercitata, profondità di comunicazione o altra benedizione inerente il linguaggio, anche quello loro natìo, come tramite espressivo.

Compreso nella genealogia storica Wesley – metodismo –  movimenti di santità – pentecostalesimo v’è anche, necessariamente, una filigrana teologica che pervade e fa da cardine per tutto questo filone; di questa ben pochi pentecostali sono consapevoli in via teorica anche se quasi tutti, guidati dal buon senso, vi convengono di fatto: l’impostazione arminiana. Wesley fu arminiano.

Spieghiamoci: Jacobus Arminius fu un pastore della Chiesa Riformata olandese attivo nella seconda metà del Cinquecento e nella prima decade del secolo successivo. Personalmente fu ammiratore della competenza e dell’autorevolezza di Calvino, tuttavia fu coinvolto in una disputa, diventata rovente alla sua epoca, sul problema della predestinazione. Semplificando: Dio, nella sua assoluta sovranità e a suo arbitrio, aveva sin dall’inizio scelto coloro da salvare e, conseguentemente, escluso altri da questo benefizio? Oppure, pur accettando la dottrina della depravazione totale dell’uomo naturale, bisognava ammettere che Dio aveva stabilito ogni destinazione prevedendo ma non imponendo le scelte che l’uomo avrebbe fatto? In altre parole la depravazione dell’uomo avrebbe comunque consentito al peggior peccatore di esercitare un atto di accettazione della grazia salvifica di Cristo. Questa ‘libertà’ di dire sì alla grazia, secondo Arminio e i suoi seguaci, sarebbe stata pur sempre opera della grazia preveniente di Dio.

La polemica s’inasprì ulteriormente. I seguaci di Arminio, detti Rimostranti, sintetizzarono il loro pensiero in cinque punti. Gli avversari, calvinisti, stilarono a loro volta il loro manifesto: i cinque punti del calvinismo. Le differenze balzarono evidenti:

  1. Per i calvinisti la depravazione dell’uomo è totale, talché egli è incapace di comprendere Dio così come di ogni atto di fede; per gli arminiani Dio avrebbe messo in condizione ogni peccatore di esercitare quella fede che serviva a redimerlo dalla sua condizione. Da ciò la spiccata tendenza della predicazione metodista – di santità – pentecostale a rivolgersi a persone evidentemente del tutto lontane dalla grazia di Dio, poiché anche in costoro il Signore può consentire che si sviluppi una scintilla di accettazione di fede di redenzione e cambiamento totale successivo.
  2. Per i calvinisti Dio sceglie dall’eternità secondo un suo imperscrutabile criterio coloro che saranno salvati e coloro che saranno condannati alla perdizione. La fede e le benedizioni di Dio sono una conseguenza, un’attestazione di questa elezione. Per gli arminiani Dio conosce da sempre gli esiti della storia e, tuttavia, ha lasciato all’uomo uno spazio di libertà per accettare la sua grazia salvifica.
  3. La redenzione di Cristo in croce è riservata a chi Dio ha eletto per i calvinisti. Per gli arminiani il sacrificio di Cristo è efficace per tutti perché tutti hanno facoltà di accettarlo.
  4. Per i calvinisti la grazia di Dio è irresistibile, gli eletti non possono opporsi all’appello evangelistico poiché Dio stesso li determina. Per gli arminiani Dio ha concesso all’uomo facoltà di accettare o rifiutare la Sua grazia.
  5. Per i calvinisti i credenti non possono venir meno alla loro chiamata; per gli arminiani chi ha avuto un’esperienza salvifica di fede può anche in sèguito venire meno e perderne i benefici.

La derivazione dalla tradizione arminiana di quella linea che da Wesley conduce al pentecostalesimo è apprezzabile anche in un dato elementare, sociologico e missionario insieme: il particolare coinvolgimento con il quale dal grande predicatore, attraverso il metodismo e i movimenti di santità, fino agli odierni pentecostali ci si rivolge alle fasce più emarginate e socialmente a rischio: ciò deriva dalla convinzione secondo la quale anche chi è più distante da Dio e depravato conserva una scintilla di libertà interiore, pur concessagli da Dio, in virtù della quale può pronunziare il suo sì al vangelo e sperimentare un cambiamento di vita autentico e profondo. Le prediche di Wesley nei luoghi di povertà e di emarginazione di Bristol e della Cornovaglia si rinnovano oggi in Italia nelle periferie sofferenti delle grandi città.

5. La risorsa della fede, la minaccia del relativismo.

Ogni virtù portata all’eccesso diventa difetto. Così la fermezza del credere può trasformarsi in dommatismo legnoso o in intolleranza verso il diverso, il sano interrogarsi e il rivedere le proprie posizioni possono trasformarsi in agnosticismo. In una società pluralista come la nostra, dove cioè si offre spazio a soggetti portatori d’ogni diverso genere di indirizzo di pensiero, è facile pervenire alla conclusione secondo la quale ogni convinzione può essere equivalente all’altra, nessuna può dirsi assoluta, la verità non è a nostra portata, dunque si approda al… relativismo o forse anche all’agnosticismo.

La polemica antiprotestante messa in campo dagli apologeti cattolici sin dai tempi del Bossuet (sec. XVIII) faceva leva sulla differenza tra le infinite ‘sette’ protestanti per concludere che nessuna di queste era nel vero, posto che la verità deve necessariamente essere una ed una sola. Questa verità unica è stata troppe volte imposta con la forza delle armi se non della tortura. Non parliamo dell’islàm per non aprire una piaga che fa ancòra tanto sanguinare i nostri fratelli cristiani d’oriente. L’esistenza e i nefasti della Santa Inquisizione della Chiesa Romana sono un dato di fatto storico innegabile. È tuttavia innegabile che anche in casa protestante si sia fatto ricorso alla violenza per tacitare il dissenso: si distinsero specialmente calvinisti e puritani, i primi per mantenere saldo l’ordine di Ginevra, i secondi con le loro caccie alle streghe. Noto tristemente che anche oggi nella nostra Italia non mancano sia pur sparute frange autoproclamatesi ‘evangeliche’ le quali, non potendo adire a quella fisica, ricorrono a una sorta di violenza verbale che fa consistere nella minaccia delle fiamme letterali dell’inferno il loro messaggio religioso. Ma, con questi ultimi individui gravitiamo più nella psicopatologia che nell’analisi sociale dei fenomeni di fede, pertanto non mette conto neanche menzionarli.

Rimane in piedi una domanda, e non è da poco: anche se il “libero esame” in uso tra i protestanti ha determinato una pluralità di denominazioni e indirizzi, sta di fatto che ciascun evangelico è pienamente persuaso che la sua scelta sia quella giusta, anzi l’unica giusta. Ora come conciliare la fede in ciò che crediamo con il diritto degli altri a diversamente credere? È proprio necessario approdare al relativismo pagando il caro prezzo di non rinunciare alle proprie personali salde convinzioni?

Io sono persuaso che una società pluralista non sia necessariamente quella in cui ciascuno rinunzi ad avere convinzioni personali, anche solide e granitiche. Anzi se è vero che il pluralismo si basa su una molteplicità di colori è giusto che questi colori abbiano la loro nitidezza e la loro netta visibilità. Il credere qualcosa non implica l’impedire ad altri di credere qualcosa di diverso, purché quest’ultima altrui persuasione sia rispettosa delle leggi e degli ordinamenti che la società si è data. Paradossalmente nel difendere la nostra libertà di credere noi difendiamo anche l’altrui libertà di credere diversamente. Negli anni del secondo dopoguerra che furono duri per i pentecostali, chiamati ‘tremolanti’ e vessati non meno che durante il precedente regime, vi fu un intellettuale di rilievo, paladino della libertà, Gaetano Salvemini, il quale difese quello che chiamava “il diritto di non tremolare” sostenendo che se impediamo ai pentecostali di tremolare, dove andrà a finire il nostro diritto di non tremolare?

La società ‘laica’, per la quale noi evangelici ci adoperiamo, è quella che riconosce a noi la piena libertà di professare il nostro credo mentre lo stesso diritto lo tutela a favore degli altri. La libertà, dono di natura e non concessione dall’alto, è il binario su cui viaggia la nostra azione evangelizzatrice. Mentre noi tuteliamo il diritto altrui a professare il loro credo, ci riserviamo il diritto nostro a proclamare a voce alta ciò in cui abbiamo fede. Da ciò le legittime perplessità di parte dell’evangelismo sanamente conservatore di fronte a quelle norme che con il pretesto di arginare ‘omofobia’ e “dottrina gender” in realtà sopprimono il nostro diritto a cavar dalla Bibbia quelle che riteniamo siano palesi norme etiche. Attenzione: una tolleranza senza limiti potrebbe condurci a tollerare anche chi, con la veste del talebano o del libertario, in realtà vuol tapparci la bocca.

Lasciatemi un’ultima riflessione a condanna del relativismo. Istintivamente non nutro fiducia verso coloro che si proclamano “uomini del dubbio” e, così facendo, dichiarano che non possono esistere certezze. Intanto il dubbio è l’altra faccia dialettica della certezza, quindi se non abbiamo niente di certo non avremo neanche ciò di cui dubitare: l’uno non si dà senza l’altro. La saggezza di una persona equilibrata non sta nell’abolire del tutto la certezza o il dubbio: sta nel bilanciare i due ingredienti. Chi tra di noi dalla Bibbia non trae consolanti certezze, ma anche spunti di ulteriore riflessione, domande irrisolte o anche dubbi fecondi che stimolano la ricerca?

Il protestantesimo oggi propone all’Italia questo un modello culturale basato sulla certezza identitaria ma anche sulla tolleranza del diverso, purché in armonia con la nostra Costituzione e le nostre leggi. Nel far ciò, a mio modesto avviso, per motivi storici e di visione del mondo, il protestante si sente più a suo agio di quanto non riesca al cattolico.

6. L’importanza del lessico.

Il buon Aristotele, padre della logica occidentale, era solito ripetere che ad ogni termine deve corrispondere un esatto concetto. Quando questacorrispondenza vacilla ne consegue che tutto il ragionamento va a gambe all’aria.

Se prestiamo attenzione a quanto viene comunemente detto tra noi evangelici italiani ci rendiamo conto di come le parole (i termini) durante la strada che va dal dizionario al nostro utilizzo cambiano completamente significato; per non parlare dei tanti casi in cui lo stesso termine ha significati diversi a seconda di chi ne fa uso. Da ciò approssimazioni, incomprensioni, battaglie di parole e sovente anche controversie.

Facciamo un esempio: sappiamo che il protestantesimo italiano è grossolanamente diviso in polo ‘storico’ e polo ‘evangelicale’. Il primo lo si fa coincidere, sempre grossolanamente, con le comunità valdesi, metodiste e battiste dell’U.C.E.B.I; l’altro con le comunità della galassia pentecostale, delle Assemblee dei fratelli, di varie chiese ‘libere’ oltre che molte altre ancòra. Sappiamo anche che il secondo polo è digran lunga più cospicuo del primo quanto a consistenza numerica. Ora presso gli ‘storici’ circola la voce che gli ‘evangelicali’ siano fondamentalisti. A loro volta gli storici sono accusati dagli evangelicali di essere liberali. In realtà né l’una né l’altra voce è corretta.

Il termine fondamentalismo, da cui deriva la designazione fondamentalista, è strettamente connesso a una serie di pubblicazioni cheprolificò negli Stati Uniti durante gli anni venti del secolo scorso. Erano monografie tendenti a difendere i cardini della fede cristiana le quali ebbero gran successo tra presbiteriani e riformati (diciamo pure protestanti di tendenza calvinista). Ben pochi conoscono che tra le prime azioni del movimento fondamentalista vi fu una netta condanna del pentecostalesimo accusato, tra l’altro, di concedere alla libertà dello Spirito troppo spazio sottratto al letteralismo biblicista. Il discorso a tal proposito sarebbe troppo lungo da tracciare qui e, pertanto, prometto una più adeguata trattazione in altra sede. Sta di fatto che etichettare tout court un pentecostale come fondamentalista significa utilizzare un linguaggio improprio.

Passiamo ad altro esempio. Gli ‘evangelicali’ accusano i valdesi di essere ‘liberali’. In realtà i valdesi, già per impulso di Giovanni Miegge negli anni ’40, sono seguaci della teologia di Karl Barth il quale fu il più tenace avversario della teologia liberale, quella professata dal suo antico maestro Adolf von Harnack. Dunque accusare un valdese di essere ‘liberale’ in teologia è un po’ come accusare Giuseppe Mazzini di avere simpatie monarchiche.

Altri equivoci quando si interpreta la Bibbia. Il “metodo storico critico” è chiamato in causa quale primo imputato dagli ‘evangelicali’. Ma sapremmo darne una corretta definizione? Dubito. In generale la condanna a questo metodo coincide con l’attribuirsi la facoltà di prescindere dal contesto storico dei testi in esame, limitandosi a recepire alla lettera tutto quanto scritto come se fosse una guida per montare i mobili dell’Ikea. Insomma un’agevole scappatoia per risparmiarci la fatica di studiare e per mantenere nello stesso tempo il privilegio di pontificare. Ma dove arriveremo?

Basterà piuttosto definirsi ‘evangelici’ e, se proprio ci si vuole ulteriormente aggettivare, ‘conservatori’ intendendo con questa espressione sia il radicamento nel messaggio evangelico così come chiaramente suona nelle pagine a noi care, sia la volontà di conservare tutto quanto sappiamo essere ‘buono’ e, pertanto, tale da dover essere mantenuto, tutelato, trasmesso. ‘Conservatore’, riferito a un protestante, non è affatto un’offesa: si conserva solo ciò che è buono e che fa bene. Non fu forse Paolo a raccomandarci di conservare e trasmettere il “buon deposito” (paràdosis)?

Mi rendo conto della sfida che è implicita nelle mie parole: si tratta di avere il discernimento per distinguere nella Bibbia ciò che è essenziale per la nostra salvezza e ciò che non lo è. Ciò su cui è necessario convergere e ciò che può essere oggetto di diverso parere. Anche se il còmpito sembra improbo non si dimentichi mai che la Bibbia fu data con nessun altro scopo se non quello della salvezza dei peccatori e della santificazione dei credenti. Su ciò credo che essa sia fin troppo chiara!

 

Giancarlo Rinaldi

Università degli Studi di Napoli – L’Orientale

 

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