Un mio ricordo di Manlio Simonetti

Il mio primo ‘incontro’ con Manlio Simonetti ebbe luogo quando, da alunno di terzo liceo classico, preparavo il mio esame di maturità. Correva l’Anno Scolastico 1969-1970. Pur non avendo ancòra compiuto i miei diciotto anni mi ero reso conto conto che i programmi di letteratura greca e latina non avrebbero potuto dirsi completi se non avessero incluso anche la trattazione delle opere degli antichi cristiani. Fu così che mi procurai la Storia della letteratura cristiana antica greca e latina di Simonetti fresca di stampa per i tipi della editrice Sansoni. Mi colpirono i frequenti riferimenti alla storia dell’esegesi biblica e, in realtà, la mia grande domanda era: come interpretavano la Bibbia gli antichi cristiani?

Mi iscrissi poi alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Qui ebbi modo di laurearmi con una tesi in Religioni del Mondo Classico studiando il testo greco di un collaboratore dell’imperatore Giuliano il quale mi rivelava numerose allusioni anticristiane quasi per niente studiate dai lettori precedenti. Giovanissimo iniziai a collaborare come assistente alla Cattedra di Storia Romana il cui titolare era il prof. Guido Barbieri, illustre studioso del senato romano e allora direttore della Scuola di Specializzazione in Archeologia dell’Università degli Studi La Sapienza di Roma. Maturavano sempre di più i miei interessi per la storia del cristianesimo antico e su questa disciplina iniziai a lavorare come ricercatore, sempre a Napoli.

Il prof. Barbieri mi disse che se avessi voluto dedicarmi allo studio del cristianesimo antico avrei dovuto incontrare e seguire i consigli del prof. Manlio Simonetti allora docente nell’Ateneo romano. Fu così che mi procurò un appuntamento. Mi recai nel suo studio all’università. Incontrai un gentiluomo che palesava un atteggiamento riservato, unito però a una proclività ad ascoltare la quale si faceva sempre più viva nella misura in cui egli s’accorgeva della laboriosità e della passione del suo interlocutore per i temi in questione. Insomma, l’autore del libro da me gustato nei miei 18 anni mi era davanti e trasmetteva un messaggio chiarissimo: massima attenzione e dedizione a chi vuol davvero faticare impegnandosi su temi necessariamente originali.

Gli parlai del mio interesse nello svolgere una ricerca sulla circolazione della Bibbia tra gli autori pagani e sulle loro reazioni (critiche) verso questa. Ricevetti parole di incoraggiamento e la promessa che il progetto sarebbe stato da lui seguìto ove mai ciò si fosse reso necessario. La ricerca prese corpo in un volume di centinaia di pagine che uscì nel 1989 col titolo Biblia gentium. L’ambiente dove allora lavoravo, all’ombra del Vesuvio, non si dimostrò entusiasta della mia iniziativa: il tema appariva troppo innovativo a persone il cui motto era letteralmente quieta non movetur. Ad onta di queste remore, una recensione al mio libro estremamente positiva di Simonetti su Augustinanum diede la stura a una lunga serie di apprezzamenti in varie lingue di vari continenti. Biblia gentium sposava in pieno l’interesse di Simonetti per la storia dell’esegesi biblica e inaugurava il filone inedito dell’esegesi controversistica dei pagani.

Incontravo Simonetti per parlare dei miei progetti di ricerca ai Convegni annuali dell’Augustinianum e, più spesso, il lunedì mattina nella biblioteca di questo Istituto dove, fino a poco prima della sua scomparsa, egli era solito recarsi a studiare e insegnare. Il Maestro mi invitava anche a conversare nella sua tranquilla casa ai Parioli e quando mi lambiccavo con l’agenda a individuare giorno e ora buona, mi interrompeva dicendomi con una pacatezza resa più dolce da una garbata sonorità tiberina: “Rinaldi, venga quando vuole: a me fa sempre piacere incontrarla”.

Ricordo così tanti incontri dove, volta per volta, mettevo al centro temi che mi stavano a cuore e sui quali desideravo scrivere. Era tra noi come una partita di ping pong dove mai la pallina cadeva a terra: dopo aver ascoltato una sua lezione o conferenza, individuavo un tema che avrei voluto approfondire, ne parlavo recependo indicazioni, elaboravo il tutto trasformandolo dapprima in bozze poi in saggio definitivo. Era mio piacere, prima ancòra che dovere, consegnargliene una copia fresca di stampa.

Così il mio Diodoro di Tarso e l’esegesi antiochena andava a inserirsi nel suo filone di storia dell’esegesi biblica. La ripartizione geografica del mio Cristianesimi nell’antichità andava incontro alla sua metodologia di studiare la cristianità antica per àmbiti geografici. Lo studio dei profili dei governatori romani che ebbero a che fare con i cristiani suscitò il suo interesse per profili di personaggi solitamente poco noti al cristianista.

Nei momenti difficili che mai mancano nella vita e, specialmente, nella vita universitaria Simonetti mi ha sempre sostenuto spronandomi a non abbandonare mai la passione per lo studio. Ma più che con le parole egli sapeva esprimersi con l’atteggiamento e lo stile nel relazionarsi. La sua estrema attenzione all’ascolto era già di per se stessa segnale che valeva la pena non demordere e ancor più impegnarsi.

Mi rimane viva la sua metodologia che privilegiava la lettura attenta e diretta delle fonti. Di lui si diceva che da giovane era solito portarsi a casa in lettura un volume della colossale Patrologia greca e latina del Migne per poi restituirlo in biblioteca e prenderne un altro ancòra. Non mi meraviglio: Simonetti andava direttamente alle fonti evitando di cadere nella ricorrente trappola del “volume recentissimo” dato sempre e necessariamente per ottimo. Era il metodo dei maestri della vecchia buona scuola come, ad esempio, di due suoi grandi amici che ebbi come docenti più cari nei miei anni universitari: Salvatore D’Elia e Salvatore Calderone.

Manlio Simonetti aveva anche un rilevante senso del concreto. Il suo adagio ricorrente: “L’ottimo è nemico del buono” rimarrà per me indelebile, così come sempre avrò presente la sua presa di distanze dai discorsi genericamente metodologici per privilegiare invece la conoscenza effettiva e reale dell’argomento di cui si parlava.

Mi commuove ora ancor più il ricordare la sua gratificazione nell’apprendere dell’esito positivo del mio concorso a cattedra e del mio inserimento all’Orientale di Napoli, così come il leggere e rileggere la sua lunga e analitica recensione al mio Cristianesimi nell’antichità che vorrei considerare, per quel che mi riguarda, il suo testamento e la sua ultima esortazione al lavoro.

Grazie, professor Simonetti, per tutto il bene che da Lei ho ricevuto. Cercherò di essere all’altezza della stima e dell’affetto di cui ha voluto farmi dono!

Giancarlo Rinaldi

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