Credi nella Trinità?

Mi hanno chiesto se io creda nella Trinità. Mi hanno accusato di non credere nella Trinità. Mi hanno imposto di credere nella Trinità.

La maggior parte di costoro, ne sono sicuro, posta davanti alla sfida di definire con chiarezza la dottrina trinitaria vacillerebbe di fronte alla complessità dei termini, dei concetti, del pensiero da esprimere in sé stesso.

Eppure è troppo grande il piacere di cogliere in fallo il professore e poi gridare “Ecco l’eretico!”.

Valga per il problema trinitario la regola d’oro che s’applica ad ogni ramo dello scibile: più le persone hanno studiato il problema, più dimostrano prudenza e umiltà; meno ne sanno e più assertivi e intolleranti sono.

Procediamo con ordine.

Caro lettore, se credi che la Bibbia sia lei sola infallibile e contenga tutto ciò che è vero, dovrai convenire (chiave biblica alla mano) che il termine ‘trinità’ non vi compare. Vi figurano, invece, alcune asserzioni che individuano due soggetti, Gesù Cristo e lo Spirito di Dio, come afferenti alla sfera del divino. Le cose si complicano con Gesù di cui dobbiamo parimenti proclamare la piena umanità. Queste asserzioni non sono definizioni teoriche esplicite e sistematiche, posto che in quell’epoca il monotesimo ebraico era rigoroso. Eppure Gesù (il Logos) non è solo uomo, e lo Spirito è propaggine divina!

Le asserzioni che cogliamo nel Nuovo Testamento, pur se scritte in greco, afferiscono alla cultura e alla sensibilità del cosiddetto ‘mediogiudaismo’ il quale, anche se fu interessato dall’immancabile processo di ellenizzazione, è ben diverso, per lessico e terminologia, dalla filosofia greca classica la quale costituiva la cultura di riferimento nell’ecumene romana in cui la predicazione di Gesù ebbe a risuonare dapprima e poi ad esser codificata. Fu dunque necessario un processo di sistemazione dei contenuti gesuani (ma anche paolini), schiettamente giudaici, nelle categorie di pensiero della cultura egemone dell’epoca. Senza questo adattamento il processo di conversione non sarebbe mai stato compiuto e il cristianesimo sarebbe rimasto un rivolo minoritario dell’ebraismo.

Con la libertà di culto concessa da Costantino, nell’anno 325, si celebrò il Concilio di Nicea durante il quale i vescovi si sforzarono, come meglio fu loro possibile, di tradurre il patrimonio di fede dei secoli precedenti (che, ricordiamolo, affondava le sue radici nel giudaismo) nella terminologia filosofica greca al fine di tracciare un’immagine della divinità. Altri successivi concili continuarono l’opera. Pertanto si ricorse a termini che non figurano nelle Scritture come, ad esempio, ‘sostanza’ e ‘persona’ concludendo che la divinità consisteva di una sostanza in tre persone. Non mancarono comprensibili incomprensioni e critiche che neanche i concili successivi riuscirono a placare, posto il grande mistero dell’essenza divina che mai un linguaggio umano avrebbe potuto esaustivamente rendere.

La Riforma Protestante, tranne esigui movimenti di pensiero, accettò le definizioni di Nicea per cui queste, accanto al testo biblico, sono considerate vincolanti.

In conclusione, quando un evangelico di tendenza ‘fondamentalista’ o, per meglio dire, ‘conservatore’ solleva una crociata incentrata sulla dottrina trinitaria, finalizzata a mettere alla gogna chi non vi credesse, sappia costui che nelle pagine della Bibbia che agita tra le mani questo vocabolo non esiste e non esistono neanche i termini con cui la dottrina fu cesellata dai teologi dell’inizio del secolo IV.

Veniamo al sodo (e così vi levo la curiosità): quanto a me, per quanto possa valere il pensiero mio, che non è quello di un teologo, posso dire di credere nella dottrina trinitaria, credo cioè che dalla Bibbia si evinca un’immagine di Gesù che non è solo quella di un uomo, ma afferisce pienamente alla sfera della divinità; lo stesso per lo Spirito che non è d’uomo ma di Dio, secondo le Scritture. Mi rendo tuttavia conto che l’essenza della divinità è così immensa e profonda da non poter essere né contenuta né adeguatamente espressa dalla mia testolina umana. Quello dei teologi di Nicea fu un tentativo di metter le cose in chiaro, tentativo fatto da uomini nella storia, da formiche come me e come chi m’interroga.

Più importante dell’esatta definizione terminologica della dottrina del Dio uno e trino, è l’umiltà con la quale ci si avvicina al problema, la tolleranza con la quale ci si può disporre ad ascoltare voci diverse (che pure sono alla sincera ricerca del vero), la speranza che se ora non è tutto chiaro un giorno lo sarà, l’amore verso quella divinità di cui si discetta e per le creature sue, nostri fratelli.

Giancarlo Rinaldi

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