Cosa pensare delle “chiese domestiche”?

Qua e là va diffondendosi l’opinione, rabbiosamente avanzata, secondo la quale i cristiani per i loro scopi di devozione dovrebbero riunirsi nelle loro stesse private abitazioni, rifuggendo così da più ampi locali destinati al culto, quelli che comunemente siamo soliti designare come ‘chiese’.

Il parere viene palesemente formulato più per astio verso le denominazioni e le congregazioni ora operanti che per ponderata cognizione di causa ed amor del vero. Sarà pertanto utile a chi mi legge avere una qualche fondata idea su come davvero stavano le cose ai tempi degli antichi cristiani al fine di evitare di attribuire loro idee e pratiche in modo infondato.

Certamente per tutto l’arco di tempo che c’è documentato dai libri del Nuovo Testamento i credenti in Gesù non ebbero edifici di culto a tal scopo costruiti e dedicati. Alla primissima ora, come apprendiamo da Atti 3,1; 5,42; i credenti in Gesù solevano ancòra frequentare il tempio di Gerusalemme; non ci dimentichiamo che erano a tutti gli effetti giudei i quali avevano posto la loro fede nelle parole e nella persona del giudeo Gesù. Tuttavia sin da allora essi affiancavano tal consuetudine con il riunirsi in private abitazioni con lo scopo di pregare e “spezzare il pane” (Atti 2,46), espressione che può intendersi equivalente a consumare pasti di fraternità insieme ed assumere poi gli elementi della Cesa del Signore: il pane e il vino. Questa prassi, naturalmente, vigeva nella città di Gerusalemme e fu cara a quel gruppo che si strinse attorno a Giacomo, il fratello del Signore, che si distinse ancora per un certo tempo a motivo della sua calda pietà conforme ai dettami della tradizione ebraica.

Diverso era il caso della compagine di convertiti provenienti dal mondo di lingua e di civiltà greca, gli ‘ellenisti’. Per costoro, che vivevano lontani dal tempio, non v’era affatto la tentazione di considerare questo sia pur magnifico edificio alla stregua di una casa di quel Dio che “Non abita in templi fatti dalla mano dell’uomo” (Atti 7,48).

A questo tipo di sensibilità, viva particolarmente nella città di Antiochia, s’avvicinò il convertito Paolo di Tarso che la fece propria e la radicalizzò, vuoi per motivi di dottrina, vuoi per ovvi motivi logistici posto che le sue missioni ebbero a svolgersi in luoghi remoti da Gerusalemme. Quanto a dottrina, Paolo predicò con enfasi il superamento delle tradizioni d’Israele intese come strumento salvifico, e poi un autore che si pose alla sua scuola nell’Epistola agli ebrei spiegò per filo e per segno come queste andassero intese alla stregua di prefigurazioni della realtà vera costituita da Gesù.

Sono proprio le epistole di Paolo che attestano la consuetudine dei credenti di allora di riunirsi per il culto nelle abitazioni private. Diversamente non poteva essere: era la soluzione più immediata, probabilmente l’ipotesi di costruire un edificio dedicato o di prenderlo in fitto sarebbe stata troppo onerosa dal punto di vista economico. Non lo sappiamo. Sta di fatto che questi piccoli gruppi erano noti come la chiesa (comunità) che sta in casa di questo o di quest’altro credente. E ne abbiamo esempi specialmente per quanto riguarda Roma attestati nell’ultimo capitolo dell’epistola di Paolo ai romani. Qui si ricorda la chiesa che è in casa di Prisca e Aquila (16,3); abbiamo motivo di credere che i credenti che sono con Asincrito, Flegonte, Erme, Patroba, Erma (16,14), così anche quelli che sono con Filologo e Giulia, Nereo e sua sorella, e Olimpia (16,15), siano da intendersi come coloro che si radunavano in particolari case. V’è poi un accenno a due diversi gruppi quelli che sono della casa di Aristobulo e quelli che sono della casa di Narcisso (16,10-11), ma qui il termine casa è riconducibile al latino familia, vocabolo che indicava quel complesso di parenti e servitori facente capo a un solo padrone, pertanto possiamo ritenere che si parli di schiavi dei due rispettivi padroni nominati: Aristobulo e Narcisso.

Vi sono, tuttavia, due elementi significativi i quali mi appaiono, già per questi tempi antichissimi, indubbiamente prodromi a quella che sarà la prassi successiva di utilizzare appositi locali.

In Atti 19,9-10 leggiamo che ad Efeso, per ben due anni, Paolo riunì i suoi ascoltatori nella “Scuola di Tiranno”. Si trattava di un locale adeguatamente ampio e funzionale adatto a scopi di missione e di culto più di una casa. Arguiamo che Paolo non era per principio contrario a che i credenti rinunciassero a riunirsi nelle case per avvalersi di un locale più ampio e confortevole.

V’è poi un brano della prima epistola di Paolo ai corinzi che ci illumina sui condizionamenti che il riunirsi nella domus antica esercitavano in negativo sul culto cristiano:

Quando poi vi riunite insieme, quello che fate, non è mangiare la cena del Signore; poiché, al pasto comune, ciascuno prende prima la propria cena; e mentre uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e bere? O disprezzate voi la chiesa di Dio e umiliate quelli che non hanno nulla? Che vi dirò? Devo lodarvi? In questo non vi lodo… Dunque, fratelli miei, quando vi riunite per mangiare, aspettatevi gli uni gli altri. Se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi riuniate per attirare su di voi un giudizio (1 Cor. 11,20-22.33-34).

Paolo parla dei pasti in comune e della Cena del Signore che solitamente coronava questa àgapi. Egli si lamenta che questi cibi non venivano assunti tutti insieme ma nella pratica ognuno, oppure ogni gruppetto, si cibava per i fatti suoi. Noi possiamo comprendere il disappunto dell’Apostolo se osserviamo la struttura architettonica della residenza romana. Anche nei casi delle dimore più ampie, rimanevano comunque piuttosto angusti gli spazi del triclinio, i più utili per una riunione e per un pasto, così che se il numero dei partecipanti eccedeva bisognava assegnare posto in altri e diversi locali, però più angusti. Ne conseguiva che la consumazione del pasto comunitario non era agevole e, proprio come Paolo rilevava, mentre alcuni erano sazi altri non erano ancòra serviti. Si osservino le case di Pompei o anche quelle emerse da recentissimi scavi proprio della città di Corinto e si tocca con mano come con l’accrescersi del numero dei credenti la soluzione ‘domestica’ si palesava sempre più inadeguata.

L’archeologia offre ulteriore prova di ciò. Appena potevano i cristiani adibivano un’intera casa a scopo di culto, e ciò dopo aver realizzato quelle opere architettoniche funzionali. Ne abbiamo mirabile testimonianza a Dura Europos dove negli anni trenta del secolo scorso gli archeologi fecero emergere dalla polvere e dalla terra una domus ecclesiae, cioè una casa adibita tutt’intera a locale di culto. I membri della comunità avevano provveduto a separare due distinti ambienti: uno per le riunioni e l’altro con una vasca per la celebrazione dei battesimi. Si ritiene che l’edificio risalga agli ultimi anni della dinastia degli imperatori Severi, cioè nelle prime decadi del terzo secolo d.C. Dura Europos, chiamata la Pompei d’Oriente, era collocata nella provincia romana di Siria, ai confini con la Mesopotamia.

Certamente dopo la pace e il favore concesso dall’imperatore Costantino ai cristiani vi fu un incremento della loro edilizia. Era prevedibile. Tuttavia l’individuazione e l’utilizzazione di un edificio esclusivamente per scopi di culto è anteriore al regno di Costantino ed ai processi di secolarizzazione che alterarono da allora la spiritualità dei credenti. È infatti ben noto che dopo Costantino due furono i nuovi fenomeni che riguardarono l’archeologia cristiana: la trasformazione della basilica civile in basilica ecclesiastica e l’erezione di santuari dedicati alla memoria dei martiri cristiani i quali sostituirono le tombe degli eroi greci. Come suggerisce il termine stesso la ‘basilica’ civile era l’ampia sala in cui un re (basileus), un governatore, etc. convocava il suo popolo per tener discorsi. Nelle sempre più ampie basiliche cristiane i vescovi divennero soliti celebrare le loro funzioni convocando una popolazione cristianizzata sempre più maggioritaria.

Vi sono poi altre considerazioni che ci spingono a ritenere inadeguata la scelta della casa privata come luogo di riunione della ‘chiesa’. Intanto nell’orologio della storia non è possibile mettere indietro le lancette e un ritorno sic et simpliciter a una pratica (che è del tutto indifferente ai fini della salvezza e della santificazione) non sembra né praticabile, né necessaria, né opportuna. Sarebbe come se ritornassimo a spostarci sulle bighe o sulle quadrighe.

Valga quest’ultima considerazione. Anche nell’ipotesi di case abbastanza ampie, con un salotto che ha capienza di venti posti, non vi sarebbe posto per i così numerosi carismi che il Nuovo Testamento adeguatamente elenca (1 Cor. 12,4-11.8-11; Rom. 12,6-8; Ef. 4,11). Come pensiamo di veder appieno esercitati in un salotto domestico, in un gruppetto lì compresso, un ventaglio così ampio di carismi, ministeri e doni diversi?

In conclusione. Ben vengano studi biblici e riunioni di preghiera nelle case dei credenti, ma da qui a dichiarare pernicioso l’utilizzazione di ampie sale appositamente predisposte al culto ve ne corre. Come sempre il problema non è dove ci si riunisce ma la qualità delle persone che si riuniscono.

Ultimo rilievo: se disponiamo le lettere paoline nell’ordine cronologico in cui queste furono scritte ci rendiamo conto che il termine ekklesìa subisce una evoluzione semantica. Si passa da un significato di chiesa locale, di piccola circoscritta a comunità a quello più ampio di chiesa generale, come leggiamo in quel capolavoro di ecclesiologia che è l’Epistola agli efesini. Ora il voltar le spalle agli sparuti gruppetti domestici e un aggregarsi in numero maggiore cos’altro è se non un avviarsi a un concetto di chiesa più adeguato e più generale?

Giancarlo Rinaldi

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3 risposte a Cosa pensare delle “chiese domestiche”?

  1. Vincenzo scrive:

    Non era tanto il luogo a fare la differenza. Negli Atti degli Apostoli e nelle epistole paoline, troviamo riunioni svolte nell’alto solaio, nei dintorni del tempio presso il portico detto “di Salomone”, nelle case, nella scuola di Tiranno, ma anche all’aperto… qualsiasi luogo andava bene. Nelle oikos, data la loro architettura, è probabile che le riunioni avvenissero nel sottostante cortile, dove si riunivano padroni, servi e lavoratori che vivevano in quell’ambiente. Ma c’è anche da dire che il punto focale da comprendere nella lettura della narrazione dei fatti e dei dettagli (compresi i luoghi di incontro) è notare quale fosse l’opera dello Spirito Santo in e attraverso coloro che diventavano discepoli di Cristo.

    Giunti al III secolo con l’imperatore Costantino che rese il “cristianesimo” la religione ufficiale dell’impero, ci furono più danni che benefici. Nacquero (o si adattarono i vecchi templi dedicati agli dei) i primi edifici adibiti esclusivamente a locali di culto e si instaurò una forma di controllo gerarchica piramidale che vedeva l’imperatore al vertice. I credenti entrarono nel compresso e mancò la potenza e i segni che accompagnavano la predicazione del Vangelo (guarigioni, segni, prodigi, miracoli). Nell’aver utilizzato come asso politico la “cristianizzazione dell’impero” per secoli e secoli interi si è rimasti sotto il dominio gerarchico cattolico romano con la stragrande maggioranza di credenti “assopiti”, finché con Martin Lutero, con ciò che noi storicamente conosciamo come “La Riforma”, non si incominciò a riscoprire e a condividere il Testo Sacro. Tuttavia, in realtà di riformato c’è stato poco, perché nei concetti e specialmente nelle forme di chiesa si è rimasti con molti pezzi “cattolici” che dal III secolo d.C. ad oggi ci portiamo ancora dietro.

    Non disprezziamo i locali dove un elevato numero di credenti (migliaia delle volte) si possono riunire e i pastori o anziani svolgono i culti e le prediche, ma tanto meno non disprezziamo le case (di cui la Parola di Dio ne da chiari riferimenti) in cui i credenti svolgono il culto al Signore.

    Il Nuovo Testamento e la storia dei primissimi secoli, sembrano trasmettere di più un’immagine di chiesa come un’insieme di persone, uomini credenti salvati per grazia, un organismo vivente, un unico corpo riunito in Cristo, ma sparso in centinaia di comunità e “chiese”, con incontri in qualsiasi giorno della settimana e in qualsiasi luogo, in casa, sotto al giardino accanto, presso il fiume, presso la spiaggia, insieme a una costante predicazione del vangelo -esterna- accompagnata da segni miracolosi, battesimi in acqua e altro. Vi era l’ubbidienza a quelle che erano state tra le ultime parole pronunciate dal Maestro:

    «Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura. Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato. Questi sono i segni che accompagneranno coloro che avranno creduto: nel nome mio scacceranno i demòni; parleranno in lingue nuove; prenderanno in mano dei serpenti; anche se berranno qualche veleno, non ne avranno alcun male; imporranno le mani agli ammalati ed essi guariranno»

    Se alla parola “chiesa” ci sorge l’immagine di una struttura, un edificio o l’organizzazione in essa, anziché un’insieme di salvati, credenti con una faccia e un copro, una famiglia e qualcosa di vivente, allora a poco vale sapere in quale luogo o locale ci riuniamo… dovremmo tutti ristudiarci cosa è veramente la chiesa per Dio e il perché ha stabilito fosse così.

    • Un ringraziamento a Vincenzo per l’attenzione rivolta al mio breve articolo. Ottima la sua sottolineatura: la chiesa non è un edificio di mattoni ma una comunità di credenti. Su questo, spero, si era tutti d’accordo da tempo, ma bene ha fatto a ripeterlo: repetita iuvant! Alcune piccole precisazioni me le permetto da storico. L’imperatore Costantino regnò non nel terzo secolo bensì agli inizi del quarto. Non fu lui a rendere quella cristiana la religione dell’impero. Il suo cosiddetto “Editto di MiIano” del 313 si limitò a concedere ai cristiani la libertà di culto (come aveva già fatto il suo predecessore Galerio nel 311). Il cristianesimo fu reso religione dell’impero soltanto con Teodosio I nel 380 (Editto di Tessalonica). Quanto al fenomeno del riadattamento dei templi pagani a locali di culto cristiano ve detto che si verificò alla fine del secolo IV, precedentemente li si distruggeva poiché erano ritenuti dimore di demoni (che poi furono ‘esorcizzati’). Di miracoli e di carismi dopo Costantino ve ne furono, ma tra gli eremiti che proponevano un cristianesimo radicale reagendo alla secolarizzazione indotta dal favore dell’impero verso la chiesa. Colgo l’occasione per chiarire ulteriormente, ove mai ciò non risultasse palese, che non era mia intenzione disprezzare le riunioni nelle case; trovavo invece criticabile il fatto che queste dovessero necessariamente abrogare ed eliminare quelle in locali appositi e adeguati che, nell’uso comune della nostra lingua con approssimazione, chiamiamo ‘chiese’. Ciò detto, rinnovo il mio ringraziamento a Vincenzo: continua a seguirci! P.S.: Per ulteriori approfondimenti cfr. G. RInaldi, Cristianesimi nell’antichità, Edizioni GBU, Chieti Roma 2008, capitolo quarto: La cristianizzazione dell’impero.

  2. Vincenzo scrive:

    * IV secolo.

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