Un ricordo dei “nobili decaduti”

Fu durante la mia prima infanzia che, nella frequentazione assidua e quotidiana della casa delle zie Gagliani, ebbi modo di familiarizzarmi con una categoria sociale o, meglio, una specie umana che credo oggi sia rarissima se non estinta: i nobili ‘decaduti’ napoletani. Erano, costoro, gli ultimi canuti epigoni di antiche casate gentilizie le cui successive (s)fortune economiche non corrispondevano al lustro e al rilievo dei loro antenati o di loro stessi negli anni precedenti. Frequentavano il salotto delle zie solitamente la sera di un giorno stabilito. Nell’aspetto, nella maniera di vestirsi e di camminare, più ancora che nella conversazione, costoro mi apparivano come sopravvissuti di un’epoca del tutto diversa da quella che ai miei occhi di bambino attenti a ogni particolare andava configurandosi tra la fine degli anni cinquanta e gli inizi degli anni sessanta. In queste serate di ricevimento io cessavo di essere il protagonista e dovevo rassegnarmi a dividere l’attenzione dei miei parenti con questi personaggi di riguardo. In realtà ero ammesso in salotto, alla conversazione, a patto che non intervenissi in questa di mia spontanea volontà ma che, osservando il silenzio, mi limitassi a rispondere soltanto se interrogato. A dire il vero questa regola non mi pesava neanche troppo. Capivo che con questa disciplina l’affetto delle mie zie non veniva meno, anzi si sarebbe accentuato grazie all’opportunità che mi era offerta di far vedere come “mi comportavo”. In realtà, più che da dire io avevo tanto da ascoltare e da osservare. Ed era proprio così: la mia capacità di osservazione e di analisi era alimentata proprio dal fatto che, una volta ammesso in salotto dovevo stare in silenzio.

La memoria, pertanto, corre ora nostalgica al ritratto che conservo vivissimo di alcuni di questi personaggi, dell’avvocato Nicola Mastelloni duca di Salza e marchese di Capogrossi, del marchese Ferdinando Cappelli, del barone cavaliere Camera d’Afflitto, del dottor de Marinis, delle marchese Anna Scocchera, Anna dei marchesi Bisogni e Maria Capuano_. Talvolta compariva anche un anziano teologo dell’Ordine dei Domenicani: quel padre Maccarone famoso per i suoi discorsi sulle anime del purgatorio del quale ho già parlato.

Andiamo con ordine.

Nicola Mastelloni agli inizi degli anni venti aveva assistito il bisnonno Alfonso presso il ministero degli Interni affinché il re Vittorio Emanuele III avesse sancito la trasmissibilità del titolo di marchese. Mi incuriosiva il suo procedere quasi ieratico, accompagnato perennemente da un bastone, il volto poco mobile ma con la bocca continuamente in movimento a masticare, sicuramente per adattarla alla me peggio, una dentiera che doveva essere difettosa o dar fastidio.

Il marchese Cappelli, aveva una fama di sant’uomo alimentata dal suo frequentare chiese e santuari; soleva raccontare di aver avuto delle visioni della Madonna circondata da una moltitudine di farfalle svolazzanti. Col passare degli anni questi racconti delle visioni si facevano sempre più frequenti e dettagliati e l’attenzione delle zie era sempre più devota e curiosa. Quando andava via sentivo sempre ripetete che era un sant’uomo e che queste visioni erano un premio che gli riservava il cielo. Oggi, credo, avrebbero trattato il caso monitorando il livello di colesterolo e di trigliceridi, magari compiangendolo e relegandolo tra coloro che non valeva più la pena di ascoltare. Ma il Cappelli ebbe la fortuna di invecchiare in un’altra epoca; un’epoca i cui in generale gli anziani erano più rispettati, in particolare le sue visioni gli conferivano una patente di ulteriore rispettabilità e aumentavano il livello di attenzione per i suoi discorsi e il silenzio con il quale si sarebbe dovuto ascoltarli.

Il Cavaliere Camera D’Afflitto rappresentava ai miei occhi di bambino un enigma e una contraddizione vivente: come poteva definirsi cavaliere, cioè “uomo che andava a cavallo”, una persona così traballante e incerta nel camminare. Lo osservavo quando scendeva le scale del palazzo, di antico piperno grigio della fine del Seicento scarsamente illuminate; si manteneva sempre al poggiamani e la sua discesa era lentissima tant’è vero che poi mi annoiavo di seguirla fino alla fine. Una volta cadde fragorosamente per le scale e io interpretai questo avvenimento come una punizione per il fatto che quando veniva a casa delle zie a me toccava passare in secondo piano e soltanto ascoltare in silenzio.

Il dottor de Marinis svolgeva il ruolo di medico curante della famiglia. Era anziano, coetaneo delle sue pazienti. Nel diagnosticare e nell’indicare rimedi credo si avvalesse più della sua esperienza di anziano sofferente che della sua dottrina medica. Quando si sedeva si faceva subito silenzio perché la prima cosa da fare era la misurazione della pressione per la quale non si ammettevano rumori. Per ottenere il mio silenzio il dottor de Marinis non doveva faticare molto: era sufficiente che con voce e aria solenne mi cercasse con lo sguardo e, trovatomi, esclamasse: “Ecco il principino della casa!”. Questa investitura bastava a rendermi silenzioso, disciplinato e addirittura attento a quelle brevi conversazioni che seguivano immancabilmente la visita. Dovevo essere all’altezza dell’appellativo ricevuto. Nelle ultime visite la misurazione della pressione si rendeva più problematica poiché le mani del dottore tremavano sempre di più. La cosa mi sembrava strana, non avevo idea di cosa fosse il morbo di Parkinson.

Anna Scocchera era nubile, abitava in una traversa di via Egiziaca a Pizzofalcone. Era una autentica nobile decaduta: non avendo risorse economiche andava a pranzare a giorni fissi presso varie famiglie ospitanti. Il mercoledì era il giorno dei Gagliani. Questo suo metodico girovagare la rendeva una sorta di gazzettino ambulante. Il suo guardaroba era fermo, credo, agli anni venti o trenta. Ma forse anche un po’ prima per alcuni capi d’abbigliamento, come nel caso di quel cappello che faceva cadere una retina trasparente sul viso e che mi incuriosiva moltissimo poiché mi dava l’idea di una mascherina. Risparmiava tutto l’anno per partecipare al viaggio annuale che i monarchici napoletani organizzavano in Portogallo, a Cascais, dove, dal 1946, viveva in esilio il re Umberto II. La visita alle zie successiva al viaggio era attesissima e tutta la giornata trascorreva con la narrazione di particolari relativi al viaggio e all’udienza. Talvolta la Scocchera portava con sé il testo del messaggio alla nazione che annualmente il re in esilio indirizzava agli italiani. Alla lettura svolta nel salottino di casa seguiva sempre un commento che poi terminava con il dubbio amletico: “(il re) torna o non torna?”.  La Scocchera credo che andasse a trovare il re prevalentemente per avere una nobile meta da viaggio. In realtà, più che monarchica, era stata un’accanita fascista e tale rimaneva. In famiglia si diceva che non parlasse tanto del passato perché con questo era compromessa, a differenza della sorella Maria, amica di mia nonna Isabella ed elogiata poiché più ‘moderata’ e ‘moderna’  nei comportamenti e nelle conversazioni.

Anna de’ Bisogni non aveva soverchia stima per la sua omonima; dalle zie veniva accolta con grande simpatia anche perché da giovane aveva frequentato il salotto del loro padre, il bisnonno Alfonso del quale parlava con nostalgia e ammirazione. Era un’accanita cattolica. Tra i suoi temi ricorrenti le apparizioni dei defunti e della Madonna, lo spiritismo, i discorsi del papa e, più di tutto, le sofferenze e i modi di liberare le anime del purgatorio. Tutto ciò serviva a farle perdonare ciò che appariva come un suo peccato politico: votava Democrazia Cristiana e, pertanto, era considerata un’estremista di sinistra.

Di Maria Capuano ricordo, oltre alla fisionomia garbata e canuta, la voce del marito con il quale mi faceva talvolta parlare a telefono. Era cieco, o quasi cieco, ma aveva una cultura molto vasta. Studioso di lingue, parlava anche in arabo e ogni volta mi diceva qualcosa in questa lingua che poi dovevo ripetergli nella telefonata successiva. Questa telefonata mi faceva sentire un ‘grande’, mi incuriosiva perché stuzzicava la mia fantasia, ma mi metteva in difficoltà perché rappresentava una sorta di esame.

Padre Maccarone era accolto con particolare venerazione specialmente da zia Maria la quale era una terziaria domenicana. In realtà quest’ordine religioso cattolico era un riferimento della nobiltà napoletana, più di ogni altro ordine. Padre Maccarone parlava delle gerarchie angeliche come esempio di ordine piramidale e irreversibile che sussisteva in cielo. Così avrebbe dovuto essere anche in terra dove però l’anarchia e il disordine sociale recava pernicioso sconvolgimento. Altro tema ricorrente erano le sofferenze delle anime del purgatorio le quali, così sentivo proclamare, erano molto più atroci di quelle dell’inferno, solo che, a differenza di queste, erano di durata limitata. Ma di ciò ho già parlato ricordando zia Maria.

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