Un cordiale chiarimento sulla mia lettura di 1 Tess. 4,14-16

Un cordiale chiarimento sulla mia lettura di 1 Tessalonicesi 4,14-16

Sono lusingato che tra gli ascoltatori del mio breve e modesto studio biblico su 1 Tessalonicesi 2,14-16 vi sia stato un collega che ritengo uno dei massimi specialisti di storia del giudaismo: Gabriele Boccaccini, autore di fondamentali opere che presentano la corretta categoria del ‘mediogiudaismo’ come quel periodo che comunemente e approssimativamente prima si soleva indicare con l’espressione “l’età tra i due testamenti”. Mi fermo qui ma la bibliografia del Boccaccini vanta numerosissimi contributi fondamentali.

Il prof. Boccaccini ha avuto l’amabilità di chiosare il video della mia conversazione con un suo post nel quale, con lo stile e la signorilità che lo contraddistinguono, esprime il suo dissenso sul fatto che io abbia attribuito al pensiero di Paolo la categoria di ‘antigiudaismo’ la quale è impropria per quell’epoca in cui il gruppo gesuano, cioè i credenti in Gesù, non erano ancòra distinti dal giudaismo. Dunque si può e si dovrebbe parlare di polemica inter-giudaica: parlare di antigiudaismo in Paolo è la stessa cosa del parlare di anticristianesimo in Lutero, il che non sussiste poiché Lutero fu anticattolico e non anticristiano. Insomma quando Paolo scriveva non v’era una “chiesa cristiana” come vi sarebbe stata poi; il suo era un movimento di giudei che viveva nel contesto del più ampio maistrem giudaico.

Se ho ben capito le ragioni del mio stimato interlocutore sarà allora mi dovere chiarire:

  1. Credo di non aver mai parlato di chiesa cristiana contrapposta al maintrem Tuttavia è un dato di fatto storico incontrovertibile che l’operato di Paolo dava luogo alla nascita di comunità che si distinguevano dalla sinagoga e ciò, evidentemente, per motivi di convinzioni dottrinali oltre che per assetti amministrativi. Se vogliamo prestar fede alle nostre fonti (che vanno utilizzate con cautela ma mai messe a tacere) tra queste comunità e le altre giudaiche però non correva buon sangue e sarebbe troppo lungo elencare i luoghi neotestamentari che attestano tensioni, controversie e polemiche. Giudei e giudei credenti in Gesù facevano allora parte della stessa grande famiglia, è tuttavia innegabile che le pratiche per il divorzio s’erano già avviate e che questo divorzio di lì a pochissimo non sarebbe stato rose e fiori.
  2. Riascoltando la mia registrazione mi sembra di non aver mai parlato di antigiudaismo in Paolo, né tantomeno di un Paolo antigiudaico, bensì di sua utilizzazione di luoghi comuni antigiudaici. Credo che questo sia difficilmente contestabile e, nelle righe che qui seguono, elenco le fonti numerose e chiare a favore di quanto abbia espresso. L’accusa di uccidere i profeti è nell’Antico Testamento rivolta ai giudei, questo è molto chiaro e non saprei come diversamente rubricarla se non come antigiudaica nella misura in cui prende di mira un comportamento dei giudei.
  3. Di antisemitismo non ne ho mai parlato perché è una categoria non adatta ai contesti esaminati.
  4. Il paragone con Lutero credo sia claudicante: sono realtà storiche diverse e lontanissime. Se proprio lo vogliamo tirare in ballo potremmo parlare dell’utilizzazione da parte di Lutero di luoghi comuni antigiudaici, così come Paolo utilizzò luoghi comuni antigiudaici.

Dunque Paolo fu giudeo che litigò con giudei. Ma fu litigio vero. Le guerre civili sono sempre le peggiori, per non parlare dei dissidi tra fratelli!

Detto ciò mi permetto di aggiungere alcune precisazioni a chiarimento del mio pensiero scusandomi se forse non sono stato chiaro come avrei dovuto in fase di discorso registrato.

Colgo l’occasione per salutare il collega Boccaccini con sentimenti di amicizia e di stima oramai antichi.

 

Per un’esegesi di Paolo, 1 Tessalonicesi 2,14-16

Il soggiorno missionario di Paolo a Tessalonica, città della Macedonia, è narrato in At. 17,1-15. Successivamente, da Corinto, presumiamo nel 51, l’Apostolo ebbe dal suo collaboratore Timoteo notizie in merito alla situazione della comunità tessalonicese e a questa indirizzò una missiva.

Il testo contiene un’invettiva antigiudaica[1] che sembra prodroma sia delle espressioni in tal senso della orazione Sulla Pasqua di Melitone di Sardi (sec. II), restituitaci dal PBodmer VIII (P72), sia del topos ricorrente nella letteratura cristiana antica del giudeo che istiga le autorità romane a perseguitare i cristiani. I cristiani di Tessalonica avevano subìto persecuzioni da parte dei loro connazionali proprio come i credenti in Gesù della Giudea avevano subìto angherie da parte dei loro ‘connazionali’.

Infatti, fratelli, voi siete diventati imitatori delle chiese di Dio che sono in Cristo Gesù nella Giudea; poiché anche voi avete sofferto da parte dei vostri connazionali le stesse tribolazioni che quelle chiese hanno sofferto da parte dei Giudei, i quali hanno ucciso il Signore Gesù e i profeti, e hanno cacciato noi; essi non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini (θεῷ μὴ ἀρεσκόντων καὶ πᾶσιν ἀνθρώποις ἐναντίων), impedendoci di parlare ai pagani perché siano salvati. Colmano così senza posa la misura dei loro peccati; ma ormai li ha raggiunti l’ira finale (1 Tess. 2, 14-16).

Qui Paolo, partendo da un episodio conflittuale difficile da individuare, approda a un giudizio generale e perentorio. I giudei sono accusati di aver ucciso i profeti e il κύριος Gesù. Paolo stesso, poiché ha ferma consapevolezza di essere profeta di Dio, di conseguenza si inserisce in quest’elenco di perseguitati. Gravano qui come macigni affermazioni inequivocabili: i giudei non piacciono a Dio, sono nemici dell’uomo, impediscono che i popoli (altri), cioè i pagani, vengano salvati. È difficile pensare che si tratti di una interpolazione, né possiamo eliminare la virgola che, nelle traduzioni moderne, separa il versetto 14 dal successivo e così concludere che le accuse siano state rivolte esclusivamente ai giudei [che furono] carnefici di Gesù e persecutori di Paolo; in altri termini traducendo così: «…quelle chiese hanno sofferto da parte (di quei) giudei i quali hanno ucciso il Signore Gesù e i profeti…»[2].

Il “comma antigiudaico” costituisce uno sfogo autobiografico nel quale confluiscono due filoni, uno di matrice ellenistica e l’altro di schietta tradizione giudaica e veterotestamentaria. Per il primo, i giudei non sono graditi a Dio, in altri termini celebrano un culto miserabile; inoltre essi sono ostili al genere umano. Si tratta di accuse e di sentimenti che ben conosciamo da quel che rimane della letteratura pagana antigiudaica. Però Paolo non agita questi motivi per puro spirito polemico, né tantomeno per uno sterile sentimento antigiudaico, ma li inserisce in quel filone veterotestamentario secondo il quale i giudei vengono costantemente rimproverati per la loro incredulità la quale giunge fino all’ostilità, e anche all’omicidio dei profeti mandati da Dio. Dunque Paolo riecheggia alcuni tòpoi antigiudaici desunti dal suo background ellenistico per esasperare i rimproveri al popolo d’Israele che leggiamo proprio nella letteratura sacra dei giudei. Ma ciò è fatto con un fine ben preciso: inserire sé stesso nella tradizione dei profeti d’Israele.

La città di Alessandria d’Egitto è stata il laboratorio dell’antigiudaismo classico[3], una diffusa pubblicistica che ha trovato il suo esito più eloquente in lingua greca in quell’Apione al quale rispose Flavio Giuseppe e in lingua latina nelle già citate pagine di Tacito. A monte vi sono gli Acta Alexandrinorum e, ancòra molto prima, tutta una produzione letteraria naufragata in cui ravvisiamo alcuni prodromi delle asserzioni paoline.

In Ecateo di Abdera (sec. IV-III a.C.) ricorre il tema dell’esodo dall’Egitto come espulsione di gente perniciosa e indesiderata; i sacrifici degli ebrei sono diversi da quelli celebrati da tutti gli altri popoli, lo stesso può dirsi della loro legge; l’esistenza stessa degli ebrei ha una connotazione asociale (μισόγενος βίος). Ancòra più malevolo Manetone di Sebennito. Lisimaco (II-I sec. a.C.) insiste sul motivo dell’ebreo assassino e sulla sua empietà in base alla quale fa derivare l’etimologia della loro città, Gerusalemme, da ἰεροσυλία. Poi Timagene (sec. I a.C.), seminatore di luoghi comuni antigiudaici negli ambienti aristocratici della Roma augustea, e, per concludere, quel Cheremone che fu maestro di Nerone e contemporaneo di Paolo. Tutti i topoi antigiudaici[4] che avrebbero contribuito a disegnare un ritratto del giudeo quale individuo antisociale, anzi potenzialmente ostile all’ordine romano e, pertanto, alla humanitas culturale, sociale, politica che questo rappresentava.

Paolo per asserire che i giudei non piacciano a Dio adopera il verbo ἀρέσκω che ricorre sia nella Septuaginta[5] che in altri luoghi del Nuovo Testamento[6] per indicare ciò che è gradito a Dio. Nelle fonti documentarie il verbo è usato anche in riferimento a colui che giova alla comunità, alla società oppure, in negativo, che è a questa avversa e, pertanto, è nocivo[7]. Dunque il verbo ἀρέσκω consente di esprimere (in positivo) sia l’accettabilità religiosa quanto l’utilità sociale, oppure (in negativo) sia il non essere graditi a Dio, quanto il costituire un nocumento per la società. Il concetto è espresso da Paolo con una concatenazione concettuale così serrata da farci scorgere uno stato d’animo esasperato e visceralmente turbato. L’accusa di essere avverso agli umani consorzi aveva una connotazione religiosa specialmente in àmbito pagano, dove cioè la pax deorum è requisito basilare per il benessere della società: la giusta religio è garanzia di prosperità qui in terra. La letteratura classica abbonda di critiche alla religione dei giudei e conclude che essi “non piacciono a Dio”. La loro è una superstitio[8], un culto triste e freddo[9].

Che i giudei siano ἀνόσιοι, cioè empi, fu un luogo comune diffuso a livello popolare[10] e recepito anche in atti amministrativi ufficiali come nella lettera di Apollonio, stratega del distretto di Hermopolis, al prefetto d’Egitto (117-119 d.C.) Rammius Martialis (CPJ n. 443). In Paolo il nesso tra empietà religiosa (θεῷ μὴ ἀρεσκόντων) e asocialità (πᾶσιν ἀνθρώποις ἐναντίων) dei giudei è stretto e chiaramente espresso. Sembra dunque che dietro le stringate ma infuocate parole di 1 Tess. 2,14-15 vi sia tutta una sedimentazione pagana o, per essere più precisi, alessandrina adversus Iudaeos.

Tuttavia non posiamo iscrivere Paolo tra gli avversari d’Israele. E ciò almeno per due motivi: egli nasce giudeo, si esprime esclusivamente secondo le categorie del giudaismo, riconosce i privilegi del suo popolo e ne prefigura la conversione finale al Signore Gesù[11]. In Rm. 11 egli conclude che se i giudei sono stati di benedizione alle genti a causa della loro incredulità, figuriamoci di quanta benedizione ancòra saranno occasione «quando sarà entrata la pienezza dei gentili, e così tutto Israele sarà salvato».

V’è poi l’altro motivo del giudeo uccisore dei profeti di Dio. Non è certo Paolo ad aver per primo formulato questa accusa. Significativi Mt. 5,12; 23,31.37 (“Gerusalemme che uccidi i profeti e quelli che ti sono mandati!”). Affermazioni come Mt. 27,25 («Il suo sangue sia sopra noi e sopra i nostri figliuoli») estendono la colpa dei sinedriti alla nazione giudaica tutta, anzi all’etnia dei giudei, e ben oltre il momento dell’evento. E poi il noto discorso di Stefano: «Quale dei profeti non perseguitarono i padri vostri? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del giusto, del quale voi siete stati i traditori e gli uccisori» (At. 7,52). Inoltre brani come Lc. 6,23; 13,34; At. 7,52; Rm. 11,3. Che i giudei siano uccisori dei loro profeti è un motivo antichissimo, attestato in lungo e in largo anche nella letteratura veterotestamentaria[12]. Nel breve ma denso brano paolino le invettive antigiudaiche sono ben collegate e disposte secondo una climax discendente. Quelle di derivazione pagana sono funzionali all’altra, più grave, relativa l’aver ucciso i profeti, che è di matrice giudaica. Paolo, dunque, utilizza topoi pagani per dar forza alla sua idea centrale: Gesù appartiene alla schiera dei profeti d’Israele, uccisi dai suoi stessi connazionali, e lui stesso, Paolo, s’inserisce in questo filone in virtù della profonda unione che sussiste tra Gesù e i suoi ministri. L’inserimento di Paolo nell’epopea dei giusti perseguitati da Israele giova a farci capire l’alto livello di tensione del brano.

[1] Lègasse S. (1997), Paul et les Juifs d’apres 1 Thessaloniciens 2, 13-16, in “Revue Biblique” 104, pp. 572-591.

[2] Gillard F.D. (1989), The problem of the antisemitic comma between 1 Thessalonian 2.14 and 15, in “New Testament Studies” 35, pp. 481-502.

[3] Schäfer P. (1999), Giudeofobia. L’antisemitismo nel mondo antico, trad. it., Roma.

[4] G. Rinaldi, La Bibbia dei pagani, I, Bologna 1997, pp. 69-77.

[5] Nm. 23,27; Sal. 69,31; Mal. 3,4; cfr. Fl. Ios., ant. 13,289.

[6] Rm. 8,8; 1 Cor. 7,12; Gal. 1,10; cfr. Herm., past. 5,2,7.

[7] Moulton J.H., Milligan G. (1914), The vocabulary of the Greek Testament illustrated from the papyri and other non-literary sources, London 1914, p. 75.

[8] Cic., Flacc. 67; Quint., inst. or. 3,7,21.

[9] Meleagr. Gadar. in Anth palat. 5,160; Rut. Namat. 1,389.

[10] Manetone ap. Ios. Fl., Apion. 1,248; CPJ nn. 157, 158, 438.

[11] Fil. 3,5 e At. 23,6; Rm. 9,2-5; 10,2-4; Sanders E.P. (1989), Paolo, la legge e il popolo giudaico, trad. it., Brescia.

[12] 1 Re 19,10; 2 Cron. 24,19; 36,16; Nehem. 9,26; Ger. 2,30; 27,14; Dan. 9,6.

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